Giorgio Galli spiega come 500 multinazionali decidano per tutti

Giorgio Galli.



All’alba del terzo millennio la forbice delle disuguaglianze fra ricchi e poveri sta aumentando e molti dei diritti conquistati negli ultimi cento anni, tra i quali la Democrazia Partecipata e la Rappresentanza Politica, sembrano essere entrati in una crisi irreversibile che preannuncia l’inizio di una nuova era, non solo storica, ma anche politica e i cui attori superano, per dimensioni geografiche, economiche e giuridiche quelle dei secoli scorsi, senza norme chiare che ne regolino e limitino l’azione.
La rivoluzione francese aveva affermato con grande forza i concetti di Uguaglianza, Fratellanza e Libertà, ma ora la Francia è solo uno fra i tanti Paesi del mondo. Chi avrà più la forza di affermare e difendere quegli stessi principi a livello mondiale? Chi sarà in grado di definirne i perimetri generali  e trasferirli nelle realtà locali? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Galli, uno dei più importanti politologi italiani.

Adriana Paolini Qual è il rapporto fra gli italiani e la storia e in particolare con quella moderna?
Giorgio Galli Secondo me un pessimo rapporto. Gli italiani sanno molto poco di storia e forse non dico ancor meno, ma certamente non di più di quella moderna. Questo è il frutto di un rapporto che è maturato negli ultimi decenni. La legge Gelmini prevede che nelle scuole elementari si parta dal Big Bang per arrivare ai Romani. Quindi i giovani italiani di questa generazione apprendono la storia moderna solo a partire dalla scuola media. Gli altri italiani, e l’opinione pubblica in generale, un certo interesse per la storia ce l’hanno, ma molto approssimativo. Gli ultimi anni hanno poi visto una notevole decadenza culturale e questa ha senz’altro investito anche il campo storico. La mia esperienza di docente, sia quella per molti anni a Milano sia l’ultima terminata poco tempo fa al Campus Universitario dell’Università di Genova, proprio in materie storiche, mi ha persuaso che la conoscenza media della storia è abbastanza scarsa e la nuova impostazione scolastica rischia di peggiorarla ulteriormente, relegando la Storia a materia secondaria. Anche le problematiche più discusse, quelle dal Big Bang al Plestocene, sono situazioni di cui sappiamo pochissimo, mentre quelle di cui sappiamo di più e che ci riguardano direttamente, come la storia contemporanea, vengono insegnate più tardi, dando maggior rilievo a impostazioni discutibili piuttosto che a quel poco che possiamo sapere con una certa certezza.

mani-pulite-di-pietro
Di Pietro, Mani Pulite.
Adriana Paolini Mani pulite è forse stato il momento in cui in Italia si è rotto il patto sociale ed è finito il rapporto di fiducia fra i Cittadini e la Politica, con la P maiuscola. Da allora è iniziato il declino della capacità di quest’ultima di sapere interpretare,  dare soluzioni  e impulso all’evoluzione della società italiana. Pensa che questa incapacità dipenda dalla qualità dei protagonisti  o dalla difficoltà del momento storico globale?
Giorgio Galli Se parliamo del mondo intero il discorso si fa molto complesso. Il mondo attuale è caratterizzato da una forte egemonia, non soltanto economica, ma anche politico culturale delle multinazionali. 500 multinazionali e i loro consigli di amministrazione prendono le decisioni importanti per oggi e per domani per l’intero pianeta. Quindi il contesto internazionale limita fortemente la capacità della democrazia rappresentativa, là dove c’è, tenendo presente che gran parte di queste multinazionali sono ancora prevalentemente nelle società occidentali, negli Stati Uniti e in Europa. Certamente ci sono molte multinazionali anche in paesi non retti a democrazia, come Cina e Russia. Il contesto generale è questo, situazione della quale in Italia non si parla, se non in modo molto generico, solo per dire che esistono. In queste multinazionali, per una tendenza che è in atto dall’inizio del secolo scorso, e che si è accentuata fino alla crisi del 2007, le attività prevalenti e i profitti che ne derivano, sono sul piano non produttivo, ma finanziario. Questa è un’ulteriore caratteristica di fondo che le contraddistingue: qui si spostano migliaia di miliardi di euro e di dollari con poche operazioni digitali e da queste operazioni, delle quali non sanno nulla i cittadini, e quasi nulla neppure gli azionisti di quelle stesse società, perché tutte le decisioni vengono prese solo al vertice, derivano fortune colossali, più di quelle che possono derivare dalla produzione di automobili o anche da cibi transgenici. Quindi questo è un mondo che sta subendo una trasformazione profondissima. Passare da questo a Mani Pulite il salto è molto lungo.

Il Golpe invisibile_2015_Massacritica
Il Golpe invisibile.

Il mio ultimo libro, uscito poco più di un mese fa, Il Golpe Invisibile (Kaos edizioni), colloca Mani Pulite in un contesto molto preciso. Mani Pulite è una fase di un processo storico cominciato attorno agli anni Settanta, e che continua tuttora, che investe due particolari ceti sociali. Una borghesia finanziario-speculativa, perfettamente consonante col peggioramento della situazione italiana, che passa da capitalismo produttivo a capitalismo finanziario. Una borghesia finanziario-speculativa, quella italiana, ancor meno produttiva della media delle multinazionali internazionali, prevalentemente speculative, ma che conservano ancora forti investimenti propriamente produttivi. La variante italiana, in questa situazione mondiale, e il suo carattere prettamente speculativo, dominante nel panorama nazionale, affiancata da una minore borghesia, burocratico parassitaria, hanno determinato come conseguenza che il nostro prodotto interno lordo non cresce ormai da più di vent’anni. Esattamente più o meno da Mani Pulite.
Mani Pulite è stata una fase nella quale una parte della società ha tentato di bloccare, o almeno di rallentare, questa tendenza senza però riuscirvi. Credo che abbia fallito, per una responsabilità del ceto politico. La Magistratura ha svolto un ruolo surrogatorio, procedendo per vie giudiziarie e affrontando un problema essenzialmente politico ed economico, qualche volta anche con un eccesso di protagonismo e una certa sbrigatività di comportamenti, ma questo è l’aspetto minore. Il problema di fondo non può infatti essere risolto per via giudiziaria ed è abbastanza singolare che quasi trent’anni dopo Mani Pulite, siamo ancora lì con le leggi anti corruzione, con il falso in bilancio, con ritocchi marginali di una situazione di fondo molto grave, che si svolge ogni giorno sotto i nostri occhi. Mani Pulite ha tentato, soprattutto attraverso i magistrati, di frenare questa tendenza, senza riuscirvi, appunto perché non è una situazione che possa essere corretta sul piano giuridico.

15m-puerta-del-sol-2011
Movimento 15M, Puerta del Sol, 2011.

Adriana Paolini Negli ultimi vent’anni i partiti si sono trasformati in strutture più leggere, sacrificando però molta della partecipazione popolare e più spesso scadendo in una spregiudicata autoreferenzialità. Questa riduzione degli spazi di elaborazione e di discussione hanno creato nei cittadini l’idea della politica come di una casta e più spesso di partiti su misura di un leader unico, più o meno capace. Sembra anche che la gestione della cosa pubblica sia diventata un’attività fine a se stessa, da parte di un apparato pubblico che si occupa solo di amministrare, senza visione futura, ma solo nel breve. Tendenza questa che sembra riguardare, oltre l’Italia, anche più in generale un po’ tutto il mondo occidentale. É questa la nuova configurazione dei  partiti moderni, senza più un soggetto politico, un’idea di società da costruire e per cui battersi, attraverso una sana frizione democratica tra parti sociali portatrici di interessi diversi?
Giorgio Galli Sì, questa è una tendenza generale. Un importante politologo, il britannico Colin Crouch nel 2003, nel suo libro Postdemocrazia, dice che un certo tipo di democrazia basata sui partiti è ormai al tramonto e che il problema della politica sembra cerchi di riempire un vuoto. Questa tendenza in generale è stata analizzata con molta accuratezza ed è stata il soggetto di una lunga riflessione di molti sociologi e politologi nel mondo. In Italia siamo nella stessa situazione, accentuata dal fatto che ci sono quei ceti che si sono impadroniti di alcuni vecchi partiti e di alcune vecchie organizzazioni legate anche alla cultura della sinistra. Pensiamo a cosa sono diventate le coop che erano una forte espressione della cultura della sinistra italiana. Quindi è una tendenza generale, aggravata per l’Italia.

Political Party 'Podemos' March In Madrid
Occupy Wall Street
Movimento 15 M

Adriana Paolini Il successo di molti movimenti come Occupy Wall Street, Indignados (noto anche come Movimento 15-M), Podemos e il Movimento 5 Stelle, stanno, via via, imponendosi sia in termini di numero di aderenti sia di partecipazione ai diversi momenti di protesta, proprio come risposta al vuoto partecipativo lasciato dalla politica.
L’obiettivo del movimento Movimento 15-M nasceva proprio per promuovere una democrazia più partecipativa all’insegna dello slogan: Noi non siamo marionette nelle mani di politici e banchieri, ispirato alle proteste della Primavera Araba.
Questi movimenti hanno un futuro o rischiano, in maniera nostalgica, di ricalcare le orme dell’utopia social-democratica del secolo scorso, in un mondo globale troppo grande oramai per l’esercizio della Democrazia? Nel libro di Tony Judt, Guasto è il mondo, l’autore invita i giovani a ritornare a fare politica, anche Hessel chiede ai giovani di impegnarsi nell’attività politica, di tornare a pensare a una social democrazia, una società che guardi al bene comune e non in maniera egoista e individualista soltanto al profitto.
Giorgio Galli Io sto scrivendo un altro libro, con un’idea molta precisa: la democrazia si salva se il diritto di elezione a suffragio universale viene esteso ai consigli di amministrazione delle multinazionali. La partecipazione della democrazia è un’idea nata da Hobbes, Montesquieu, e molti altri, che sostenevano che i cittadini devono controllare il potere là dove questo viene esercitato. Oggi il potere importante non viene più esercitato dai parlamenti nazionali, neanche probabilmente dal parlamento degli Stati Uniti, nella misura in cui viene esercitato nei consigli di amministrazione delle Multinazionali. Allora la democrazia o arriva a quel livello o è destinata ad essere puramente formale. Quindi questi movimenti hanno un avvenire se affrontano questo problema, altrimenti rischiano di percorrere lo stesso cammino e di incorrere nelle stesse illusioni della social democrazia dell’Ottocento e del Novecento. Il punto di arrivo è quello: eleggere le persone che detengono il potere là dove il potere viene esercitato. O questi movimenti vanno in questa direzione o finiranno per percorrere vecchie strade che non risolveranno i problemi.

Adriana Paolini La fine della Repubblica di Weimar e il successivo avvento del Nazismo, furono determinati da alcuni fattori che si riscontrano anche nell’attuale società italiana: economia in crisi, alti livelli di disoccupazione, sfiducia nella politica e nel futuro, rifiuto di influenze estere nelle proprie scelte economiche, paura di contaminazioni da popolazioni migranti e decadenza dei legami sociali. In un Paese come il nostro, in cui la coscienza politica non è più così diffusa, e in cui una rivoluzione popolare non c’è veramente mai stata, non pensa che si possa arrivare ad auspicare, di nuovo, l’intervento dell’Uomo Forte?
Giorgio Galli Sì, questa possibilità in senso lato esiste, ma io credo che le condizioni che hanno permesso nella Repubblica di Weimar l’affermazione di un movimento come quello nazionalsocialista, abbiano specifiche che non penso possano ripetersi in quella forma. Nel vertice nazionalsocialista, per esempio, erano presenti tendenze esoteriche, sfociate poi nel razzismo, e modi di vedere che non sono riproducibili nell’Italia di oggi e nelle società contemporanee. Quindi un movimento di quel tipo è molto difficile. Pur tuttavia questa tendenza c’è e l’abbiamo continuamente vista. Cito spesso, quello che ritengo il più grande scienziato politico dello scorso secolo, scomparso da qualche anno, l’americano Robert Doll. Questi sostiene che la democrazia o diventa più partecipata, e in questo è un po’ generico, io sono più preciso e dico che bisogna votare per le sedie dove veramente siede il potere, oppure dice Doll, la democrazia può subire un’involuzione e diventare molto oligarchica, anche se manterrà gli aspetti della democrazia formale. Per questo non si può pensare a un sistema autoritario, e certamente non a un personaggio come Hitler, senza libertà di stampa e senza libertà di parola. Doll diceva appunto che se non si allarga la partecipazione avremo una democrazia che manterrà i suoi aspetti formali, elezioni periodiche relativamente libere, ma sempre più influenzate da una stampa mediatica che è nelle mani degli stessi che gestiscono il potere economico. Quindi ci sarà un regime sostanzialmente di Élite, ma che non priverà i cittadini di tutto ciò di cui sono stati privati dopo la Repubblica di Weimar. Quanto all’uomo forte, una sorta di imitazione, in questo contesto, l’Italia la offre. Abbiamo avuto per vent’anni un personaggio dello spettacolo. Per anni ho scritto inutilmente che gli italiani non hanno mai votato per Berlusconi. Berlusconi ha avuto mediamente il voto di un italiano su sei. Invece, ho sempre sentito dire che gli italiani votano per Berlusconi. No, solo una minoranza di italiani votava Berlusconi, ma il sistema era tale che attorno a quest’uomo si organizzava tutto il sistema politico. Dopodiché abbiamo avuto per una breve stagione un mediocre accademico come Mario Monti, presentato come il salvatore della patria, durato sei-otto mesi e adesso di nuovo abbiamo un personaggio che ha delle caratteristiche più brillanti, e senza dubbio un certo talento politico, come Matteo Renzi, ma è di nuovo questa idea dell’uomo forte, non così cattivo come Hitler e nemmeno come Mussolini, che era visto come meno brutale del suo collega tedesco, ma certamente c’è l’idea di qualcuno che grazie ai suoi talenti e al consenso che raccoglie possa risolvere i problemi.

Adriana Paolini Si tratta quindi di uno scarico di responsabilità. Non c’è la cultura e neppure la forza di prendere in mano il proprio destino, ma la ricerca di qualcuno che se la prenda per tutti.
Giorgio Galli In Italia abbiamo avuto alcuni problemi specifici. Un partito comunista che ha espresso una cultura e un tipo di classe dirigente, che dopo essersi irrigidita per decenni nello stalinismo e nel post stalinismo, di fronte al crollo di tutto un sistema culturale, ha abbracciato un mediocre liberismo senza prospettive. Quindi in Italia abbiamo un elemento di ulteriore gravità di questa situazione, perché la partecipazione che c’era era molto condizionata dalla rigidità del messaggio trasmesso.

Yalta
Da sinistra Churchill, Roosevelt e Stalin alla Conferenza di Jalta.

Adriana Paolini Dalla fine della Guerra Fredda, l’Italia ha visto declinare, fino quasi ad esaurire, il proprio ruolo di influenza e mediazione nell’area mediterranea. Alla luce dei nuovi e drammatici conflitti mediorientali, come può l’Italia riacquistare quel ruolo che per storia e posizione geografica le è sempre stato congeniale e non finire a fare semplicemente il “guardiano” dei confini europei?
Giorgio Galli Intanto il primo problema da affrontare è quello della Nato, che è una tipica istituzione da Guerra Fredda, a egemonia americana, che non corrisponde più alla situazione attuale. La soluzione migliore sarebbe che l’Italia contribuisse a un processo di costruzione europea, del modello dell’Europa di Carlo Magno. È inutile pensare che ci si possa a lungo occupare dei problemi specifici di polacchi, estoni o bulgari. Se questo punto di riferimento manca, perché adesso non c’è un’Europa soggetto politico, ma solo una moneta unica, il ruolo che l’Italia può acquistare è quello di una maggiore sensibilità per i propri interessi nazionali. Sarebbe meglio poterli convogliare verso l’Europa, ma se è tanto difficile e tanto lungo il percorso, forse sarebbe meglio cominciare a pensare un po’ ai nostri confini. Accantonare la Nato e cercare di trovare, per quanto possibile, soluzioni europee e se non è possibile, fare almeno una politica estera che in qualche misura rispecchi gli interessi nazionali. Abbiamo visto gli ultimi episodi di questi giorni in cui Paesi come la Francia, che ha avuto flussi migratori maggiori dei nostri a causa della dissoluzione del suo impero, nonostante le speranze di De Gaulle, che per un modesto problema come l’assegnazione delle quote si sta scontrando con i forti egoismi nazionali. Allora, forse, se la situazione reale è questa, al di là dei sogni di un’Europa unita, dobbiamo probabilmente avere una classe politica in grado di tutelare efficacemente gli interessi nazionali.

Altiero Spinelli

Adriana Paolini Anche il ruolo dell’Italia come propulsore e ideatore dell’idea originaria di Europa Unita e motore economico della stessa in effetti è tramontato. Il nostro Paese sembra sempre più visto, dai partner europei più potenti, come terra di conquista e sfruttamento, valida solo per reclutare cervelli in fuga e manodopera specializzata a basso prezzo, secondo una tendenza che non accenna a invertirsi.
Giorgio Galli In effetti i nuovi grattacieli di Milano di Porta Garibaldi sono stati comperati dagli arabi, la Pirelli è diventata cinese, la Fiat è degli Stati Uniti. Abbiamo evidentemente bisogno, al di là del problema delle multinazionali, di un ceto politico che pensi almeno a tutelare il patrimonio nazionale. Lavorando con Altiero Spinelli, che riteneva di poter costruire l’Europa andando a Bruxelles, ho visto la sua enorme difficoltà quando si rese conto che non era poi così scontata. Quindi credo che il minimo che si debba fare sia almeno quello di tutelare il più possibile gli interessi del nostro Paese.

Tipiche immagini di profilo Twitter usate dai sostenitori ISIS. Sono variazioni della bandiera utilizzata da ISIS, immagini del fondatore di Qaeda, Osama Bin Laden, e membri e leader di spicco dell’ISIS, tra cui "jihadista John" e “Abu Bakr al Baghdadi”.
Variazioni della bandiera utilizzata da ISIS, immagini del fondatore di Qaeda, Osama Bin Laden e leader di spicco dell’ISIS, tra cui “jihadista John” e “Abu Bakr al Baghdadi”.

Adriana Paolini La capacità mediatica dell’Isis e la crudezza del suo agire ha portato nelle nostre case la convinzione che una guerra di religione sarà inevitabile in un futuro non molto lontano.
Papa Francesco ha parlato poi di Terza Guerra Mondiale combattuta a Pezzi. Lo stesso Papa, tra le righe, ha chiesto ai potenti della terra di prendere posizione affinché i cristiani, vittime di queste guerre, non vengano lasciati da soli. É d’accordo con il Papa? E, se sì, come pensa evolverà questo conflitto?
Giorgio Galli L’Isis è un problema complicato e forse bisognerebbe conoscere bene la storia dell’Islam, meglio di quanto la conosca io. Pur tuttavia ci sono alcuni aspetti che già sorprendono. Quelli che attualmente ci vengono presentati come i leader dell’Isis sono stati praticamente tutti arrestati dagli americani, nell’una o nell’altra fase del conflitto mediorientale e poi rilasciati. E già questo, qualche problema lo suscita. Certo rispetto alla tendenza di chi ritiene di combattere una guerra di religione, le parole di Papa Francesco sembrano molto sensate ed equilibrate. Se, infatti, il Papa, che è il massimo rappresentante di una delle religioni più diffuse, con circa due miliardi di fedeli, anche se i dati demografici, soprattutto le elaborazioni degli Stati Uniti, parlano di un Islam che sta già diventando la prima religione del pianeta, riesce a vedere il pericolo e chiede di impegnarsi per evitare guerre di religione, che già in certe aree costano ai cristiani sofferenze molto elevate, non si capisce perché altri personaggi politici, non religiosi, pensino di combattere quasi per davvero una guerra di religione. Il problema da capire meglio sarebbe invece quello del risveglio islamico, che cominciò con i giovani turchi, per lo più ufficiali illuministi, spesso di formazione occidentale massonica, che all’inizio del secolo scorso abolirono il califfato. Oggi, invece, a distanza di un secolo ne viene riproposto un’altro, da parte di un gruppo di modesti personaggi, tutti usciti dalla prigionia statunitense.


Italia negli anni 50, Milano Via Orefici.

Adriana Paolini Professor Galli, lei ha 87 anni. Ha vissuto pienamente un secolo di storia, a volte fortunato altre più sfortunato. E dalle questioni fin qui affrontate è chiaro che il nostro mondo, in questo momento, qualche difficoltà la sta affrontando. Se dovesse dare un messaggio di speranza ai giovani, che in molti hanno lasciato o stanno lasciando l’Italia, cosa direbbe loro?
Giorgio Galli Bisogna fare una proposta concreta. Per quanto riguarda il mondo in cui viviamo è quello delle multinazionali e quindi bisogna sostituire al potere dei consigli di amministrazione il potere dei cittadini, avendo coscienza che questo è il problema. Se i giovani cominciano a capire qual è il problema poi capiranno come affrontarlo. Se non lo vedono e pensano che ci siano solo piccole questioni nazionali è normale che si arrangino, giustamente, come possono, cercando un futuro là dove credono che esista e che ritengano sia più probabile trovarlo, come a Londra o a Berlino, che non a Milano o a Napoli.
Per quanto riguarda l’Italia, anche qui bisogna avere un progetto preciso e non affidarsi a una rapida ripresa impossibile  che non ci sarà più secondo i vecchi modelli, ma pensare che abbiamo bisogno per l’Italia di un progetto nazionale, che salvi almeno il nostro territorio. Vado spesso in Liguria e quando piove chiudono le scuole e intere aree franano. Se invece si fa un progetto nazionale, da proporre e imporre all’Europa, si può mettere al sicuro almeno il territorio, e non continuare a perseguire l’idea keinesiana di fare delle buche per poi riempirle. Anche semplicemente rendere agibili le strutture scolastiche, che per un terzo del Paese non lo sono, sarebbe già un bel progetto, mentre invece ogni anno i sostegni economici diminuiscono. Allora, i giovani italiani possono essere incoraggiati se cominciano a vedere in che mondo vivono, che è il mondo delle multinazionali che è da controllare; in che paese vivono, che è un territorio nazionale da mettere in sicurezza: allora sì che i giovani possono partecipare a risolvere i problemi reali. Smetterla, insomma, di illudersi che con lo 0,2% di crescita economica del Pil si risolleverà il Paese e lavorare, invece, per ottenere elezioni dirette a tutti i livelli.
La speranza che si può quindi dare ai giovani è che riescano a studiare e capire bene in che mondo vivono, in che Italia sono e cercare di migliorare. Suffragio universale, dunque, per tutti i centri di potere effettivo e piano di messa in sicurezza del territorio nazionale. Altrimenti, se la prospettiva è quella di rimanere in Italia e immiserire facendo i precari o lavorare gratis per l’Expo, come se fosse una grande conquista, i nostri giovani saranno del tutto legittimati ad andare nelle grandi capitali europee a lavorare per le multinazionali, dove in effetti c’è ancora un certo spazio per la famosa meritocrazia, che in Italia funziona al contrario. Basta leggere, sempre nel mio ultimo libro Golpe Invisibile, chi si è arricchito negli ultimi anni in Italia, per rendersi conto che mentre il Paese impoveriva, interi ceti si arricchivano saccheggiando il Paese.
Anche guardando al passato a un’Italia in crescita dopo il trauma del fascismo, della sconfitta e della guerra civile, il Paese si riprese, con il famoso Pil che cresceva più del 4 e del 5%, non esasperando l’individualismo, ma con uno sforzo collettivo, anche in un periodo di forti contrasti politici. L’Italia degli anni Cinquanta Sessanta era infatti un Paese molto vivo, anche di dura polemica politica, ma nonostante questo, la visione generale del Paese era quella che si doveva andare avanti con uno sforzo collettivo e non esasperando le guerre tra poveri.
di Adriana Paolini

Breve Scheda Biografica di Giorgio Galli
Laureato in giurisprudenza, lungamente docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Milano, è uno dei più affermati politologi italiani.
La sua produzione di storico è orientata prevalentemente alla storia contemporanea italiana, in particolare al secondo dopoguerra. In molteplici scritti ha esplorato con acutezza e rigore scientifico temi di carattere sociologico, ponendo particolare attenzione al connubio tra storia ufficiale ed esoterismo.
I suoi lavori si caratterizzano per l’attenzione anche ad aspetti particolari sulla storia delle idee politiche, quali, ad esempio, le radici “magiche” o irrazionali che concorrono a formare l’adesione di massa a determinate ideologie politiche, soprattutto quelle di natura totalitaria.
Tiene una rubrica intitolata Le divergenze convergenti sulla rivista mensile Linus.
Ha pubblicato da poco Il golpe invisibile. [Come la borghesia finanziario-speculativa e i ceti burocratico-parassitari hanno saccheggiato l’Italia repubblicana fino a vanificare lo stato di diritto], Milano, Kaos Edizioni, 2015.

http://www.massacritica.eu/giorgio-galli-spiega-come-500-multinazionali-stanno-decidendo-per-lintero-pianeta/10219/

No se consigue nunca hablar de lo que se ama por Roland Barthes.


 


Del libro El susurro del lenguaje, R. Barthes (Paidós Comunicación, Barcelona 1987)

Hace algunas semanas hice un breve viaje a Italia. Por la tarde, en la estación de Milán hacía un frío brumoso, mugriento. Estaba a punto de salir un tren; en todos los vagones había un cartel amarillo con las palabras "Milano-Lecce". Entonces se me ocurrió soñar con tomar ese tren, viajar toda la noche y encontrarme, de mañana, con la luz, la suavidad, la calma de una ciudad extrema. Eso es al menos lo que imaginé, y no importa mucho cómo pueda ser, en la realidad, Lecce, que no conozco. Hubiera podido gritar, parodiando a Stendhal: "¡Así que voy a ver esta bella Italia! A mi edad, ¡qué loco estoy todavía!" Pues la bella Italia siempre está más lejos, en otra parte.
La Italia de Stendhal, en efecto, es un fantasma, incluso aunque en parte se haya realizado. (¿Lo realizó, realmente? Para acabar, diré cómo fue.) La imagen fantasmática hizo irrupción en su vida bruscamente, como un flechazo. Este flechazo tomó la forma de una actriz que estaba cantando, en Ivrea, El matrimonio secreto de Cimarosa; esa actriz tenía un diente delantero roto, pero, a decir verdad, eso le importó poco al flechazo: Werther se enamoró de Charlotte al verla en el umbral de una puerta cortando rebanadas de pan para sus hermanitos, y esta primera visión, por trivial que sea, es la que acabó por llevarlo a la más fuerte de las pasiones y al suicidio. Es sabido que Italia, para Stendhal, ha sido el objeto de un auténtico transfert, y también es sabido que lo que caracteriza al transfert es su gratuidad: se instaura sin un motivo aparente. La música, para Stendhal, es el síntoma del acto misterioso con el cual inaugura su transfert: el síntoma, es decir, lo que libera y a la vez enmascara la irracionalidad de la pasión. Pues, una vez que se ha fijado la escena que es el punto de partida, Stendhal la reproduce sin cesar, como un enamorado que quisiera volver a encontrar esa cosa básica que regula tantas de nuestras acciones: el primer placer. "Llego a las siete de la tarde, agobiado por la fatiga; voy a la Scala corriendo. Ha valido la pena mi viaje, etc.": se diría que se trata de un maníaco que desembarca en una ciudad provechosa para su pasión y que se precipita la misma noche a los lugares del placer que ya tiene localizados.
Resultado de imagen para italia de stendhal
Los signos de una auténtica pasión son siempre un tanto incongruentes, hasta tal punto son tenues, fútiles, inesperados, los objetos en que se conforma el transfert principal. Conocí una vez a alguien que amaba el Japón como Stendhal amaba Italia; y yo reconocí en él que se trataba de la misma pasión en que, entre otras cosas, estaba enamorado de las bocas de incendios pintadas de rojo de la calle de Tokio, como Stendhal estaba loco por los tallos de maíz de la campiña milanesa (que decreta "lujuriante"), del sonido de las ocho campanas del Duomo, perfectamente intonate, o de las costillas empanadas que le recordaban a Milán. En esta promoción amorosa de lo que ordinariamente tomamos por un detalle insignificante reconocemos un elemento constitutivo del transfert (o de la pasión): la parcialidad. En el amor a un país extranjero hay una especie de racismo al revés: uno se queda encantado por la diferencia, se aburre de lo Mismo, exalta lo Otro; la pasión es maniquea: para Stendhal, en el lado malo está Francia, es decir, la patria –porque es el lugar del Padre- y en el lado bueno está Italia, es decir, la matria, el espacio en que se reúnen "las Mujeres" (sin olvidar que fue la tía Elisabeth, la hermana del abuelo materno, la que señaló con un dedo al niño un país más hermoso que la Provenza, del que el lado bueno de la familia, el de los Gagnon, era, según ella, originario). Esta oposición es, por así decirlo, física: Italia es el hábitat natural, el lugar en el que se puede hallar la Naturaleza, inducida por las Mujeres "que escuchan el genio natural del país" al contrario de los hombres, que están "echados a perder por los pedantes"; Francia, por el contrario, es el lugar que repugna "hasta el asco físico". Nosotros, los que conocemos esa pasión de Stendhal por un país extranjero (también a mí me ha ocurrido con Italia, que descubrí tardíamente, con Milán, de donde bajé del Simplón, a finales de los cincuenta, y más tarde con el Japón), conocemos muy bien el insoportable desagrado que produce encontrarse por casualidad a un compatriota en el país adorado: "Confesaré, aunque me tenga que repudiar el honor nacional, que un francés en Italia encuentra el secreto para aniquilar mi dicha en un instante"; Stendhal es claramente un especialista en tales inversiones: nada más pasar el Bidasoa, le parecen encantadores los soldados y los aduaneros españoles; Stendhal tiene esa rara pasión, la pasión por lo otro, o, para decirlo con más sutileza: la pasión por el otro que está en él mismo.
Así pues, Stendhal está enamorado de Italia: no se debe tomar esta frase como una metáfora. Eso es lo que quiero demostrar: "Es como el amor", dice, "y no obstante no estoy enamorado de nadie". Esta pasión no es confusa, ni siquiera difusa; se inscribe, ya lo he dicho, en detalles preciosos; pero sigue siendo plural. Lo amado, y, si me atrevo a usar el barbarismo, lo gozado, son colecciones, concomitancias: al revés que en el proyecto romántico del Amor loco, no es la Mujer lo adorable en Italia, sino las Mujeres; no es un placer lo que Italia ofrece, sino una simultaneidad, una sobredeterminación de los placeres; la Scala, el auténtico espacio eidético de las alegrías italianas, no es un teatro, en el sentido chatamente funcional de la palabra (es decir, en lo que representa); es una polifonía de placeres: la ópera misma, el ballet, la conversación, la información, el amor y los helados (gelati, crepé y pezzi duri). Esta pluralidad amorosa, análoga en suma la que practica hoy en día el "ligón", es evidentemente un principio stendhaliano: conlleva una teoría implícita de la discontinuidad irregular, de la que puede decirse que es estética a la vez que psicológica y metafísica; la pasión plural obliga, en efecto –una vez que se ha admitido su excelencia-, a saltar de un objeto a otro, a medida que los presenta el azar, sin experimentar el menor sentimiento de culpabilidad respecto del desorden que esa pasión plural conlleva. Esta conducta es tan consciente en Stendhal que llega a encontrar en la música italiana –a la que adora- un principio de irregularidad completamente homólogo al del amor disperso: al tocar, los italianos no observan el tempo; el tempo es cosa de los alemanes; por un lado está el ruido alemán, el estruendo de la música alemana, ritmada por una medida implacable ("los primeros tempistas del mundo"); por otro lado, la ópera italiana, suma de placeres discontinuos y como insubordinados; es lo natural, garantizado por una civilización de mujeres.

En el sistema italiano de Stendhal, la música tiene un lugar privilegiado, ya que puede ocupar el lugar de todo lo demás: es el grado de ese sistema: de acuerdo con las necesidades de entusiasmo, reemplaza y significa a los viajes, a las Mujeres, a las otras artes, y, de una manera general, a cualquier otra sensación. Su estatuto significante, precioso entre todos los otros, consiste en producir efectos sin que haya que preguntarse sobre las causas, ya que esas causas son inaccesibles. La música constituye una especie de primitivismo del placer: produce un placer que se sigue intentando siempre encontrar de nuevo, pero nunca se intenta explicar; es, pues, el espacio del efecto puro, noción central de la estética stendhaliana. Ahora bien, ¿qué es un efecto puro? Es un efecto desconectado y como purificado de toda razón explicativa, es decir, en definitiva, de toda razón responsable. Italia es el país en que Stendhal, al no ser por completo un viajero (turista) ni completamente indígena, se encuentra voluptuosamente retirado de la responsabilidad del ciudadano; si Stendhal fuera ciudadano italiano, moriría "envenenado por la melancolía": mientras que, al ser milanés de corazón, pero no de estado civil, no tiene otra cosa que hacer que recolectar los brillantes efectos de una civilización de la que no es responsable. Yo mismo he experimentado la comodidad de esta retorcida dialéctica: he amado mucho a Marruecos. Había ido allá a menudo como turista, y había pasado incluso largas estancias ociosas; entonces tuve la idea de pasar un año como profesor: desapareció el hechizo; enfrentado a los problemas administrativos y profesionales, sumido en el ingrato mundo de las causas, de las determinaciones, había abandonado la Fiesta para toparme con el Deber (eso es sin duda lo que le ocurrió a Stendhal como cónsul: Civita-Vecchia ya no era Italia). Creo que en el sentimiento italiano de Stendhal hay que incluir este frágil estatuto de inocencia: la Italia milanesa (y su Santo de los Santos, la Scala) es un Paraíso literalmente, un lugar sin Mal, o incluso –diciéndolo del derecho- el Bien Soberano: "Cuando estoy con los milaneses y hablo en milanés me olvido de que los hombres son malos, e, instantáneamente, se adormece la parte mala de mi alma".
Sin embargo, hay que reconocer que ese Soberano Bien debe enfrentarse con un poder que no es en absoluto inocente, el lenguaje. Es necesario, primero, porque el Bien tiene una forma de expansión natural, incesantemente estalla en expresión, quiere comunicarse a toda costa, compartirse; seguidamente, porque Stendhal es escritor y para él no existe plenitud de la que esté ausente la palabra (y, en este aspecto, su alegría italiana nada tiene de mística). Ahora bien, por paradójico que parezca, Stendhal no saber expresar bien a Italia: o más bien, la dice, la canta, pero no la representa; su amor, no deja de proclamarlo pero no puede conformarlo, o, como se dice ahora (metáfora de la conducción de automóviles), no puede dibujarlo. Cosa que sabe, por la que sufre y que lamenta; constata sin cesar que no puede "expresar su pensamiento" y que explicar la diferencia que su pasión interpone entre Milán y París "es el colmo de la dificultad". El fracaso acecha también el deseo lírico. Todas las relaciones del viaje a Italia están también tejidas de declaraciones de amor y fracasos de expresión. El fracaso de estilo tiene un nombre: la vulgaridad; Stendhal no tiene a su disposición más que una palabra vacía, "bello", "bella": "En mi vida había visto una reunión de mujeres tan bellas; su belleza obligaba a bajar la vista"; "los ojos más hermosos que he encontrado en mi vida los acabo de ver esta noche; esos ojos son igual de bellos y tienen una expresión más celestial que los de Madame Tealdi…"; y para vivificar esta letanía, no dispone más que de la más hueca de las figuras, el superlativo; "Las cabezas de las mujeres, por el contrario, presentan a menudo la más apasionada exquisitez, unida a la belleza más rara", etc. Este "etcétera" que añado, pero que surge de la lectura, es importante, porque en él está el secreto de esa impotencia o quizás, a pesar de Stendhal, de esa indiferencia a la variación: la monotonía del viaje italiano es sencillamente algebraica; la palabra, la sintaxis, con su vulgaridad, remiten de manera expeditiva a otro orden de significantes; una vez que se ha sugerido esa remisión, se pasa a otra cosa, es decir, se repite la operación: "Esto es tan hermoso como las sinfonías más vivaces de Haydn"; "las caras de los hombres del baile de esta noche habrían proporcionado magníficos modelos a un escultor como Danneken de Chantrey, que esculpe bustos". Stendhal no describe las cosas, ni siquiera describe su efecto; dice sencillamente: ahí hay un efecto; me siento embriagado, transportado, emocionado, deslumbrado, etc. Dicho de otra manera, la palabra vulgar es una cifra, remite a un sistema de sensaciones; hay que leer el discurso italiano del Stendhal como cifrado. El mismo procedimiento emplea Sade; describe muy mal la belleza, de una manera vulgar y enfática; es porque ésta no es sino un elemento de un algoritmo cuya finalidad es crear un sistema de prácticas.
Lo que Stendhal, por su parte, quiere edificar es, por decirlo así, un conjunto no sistemático, un fluir perpetuo de sensaciones: esa Italia, dice, "que no es, a decir verdad, más que una ocasión para las sensaciones". Así pues, desde el punto de vista del discurso, hay una primera evaporación de la cosa: "No pretendo decir lo que son las cosas, cuento la sensación que me produjeron". ¿La cuenta, realmente? Ni siquiera eso; la dice, señala y la asevera sin describirla. Pues precisamente ahí, en la sensación, es donde comienza la dificultad del lenguaje; no es fácil expresar una sensación: recordad esa célebre escena de Knock en la que la vieja campesina, abrumada por el médico implacable para que diga lo que siente, duda y se embrolla entre "Me hace cosquillas" y "Me hace rasquillas". Toda sensación, si uno quiere respetar su vivacidad y su acuidad induce a la afasia. Ahora bien, Stendhal tiene que ir aprisa, ésa es la exigencia de su sistema; porque lo que quiere anotar es la "sensación del momento"; y los momentos, como ya hemos visto a propósito del tempo, sobrevienen con irregularidad, rebeldes en toda medida. Es por una fidelidad a su sistema, por fidelidad a la propia naturaleza de su Italia, "país de sensaciones", por lo que Stendhal desea una escritura rápida: para correr más, la sensación se somete a una estenografía elemental, a una especie de gramática expeditiva del discurso en la que se combinan incansablemente dos estereotipos: lo bello y su superlativo; pues nada es más rápido que el estereotipo, por la simple razón de que se confunde, y siempre por desgracia, con lo espontáneo. Hay que ir más lejos en la economía del discurso italiano de Stendhal; si la sensación stendhaliana se presta tan bien a un tratamiento algebraico, si el discurso que alimenta es continuamente inflamado y continuamente vulgar es porque esa sensación, curiosamente, no es sensual; Stendhal, cuya filosofía es sensualista, es quizás el menos sensual de nuestros autores y ésa es la razón por la que, sin duda, resulta tan difícil aplicarle una crítica temática. Por ejemplo, Nietzsche –estoy tomando adrede el extremo contrario- hablando de Italia es mucho más sensual que Stendhal: sabe describir temáticamente la comida del Piamonte, la única del mundo que apreciaba.
Si yo insisto en la dificultad para hablar de Italia, a pesar de la cantidad de páginas que cuentan los paseos de Stendhal, es porque veo en ello una especie de suspicacia acerca del propio lenguaje. Los dos amores de Stendhal, la Música e Italia, son, por así decirlo, espacios al margen del lenguaje; la música lo es por estatuto, ya que escapa a toda descripción, y no se deja expresar, como ya se ha visto, más que a través de su efecto; e Italia alcanza el estatuto del arte con el cual se confunde; no tan sólo porque la lengua italiana, como dice Stendhal en De l’amour, "hecha mucho más para ser cantada que para ser hablada, sólo se sostendrá contra la claridad francesa que la invade gracias a la música"; sino también por dos razones más extrañas; la primera es que, para el oído de Stendhal, la conversación italiana tiende sin cesar hacia ese límite del lenguaje articulado que es la exclamación: "Es una velada milanesa", anota con admiración Stendhal, "la conversación sólo consistía en exclamaciones. Durante tres cuartos de hora, de reloj, no hubo una sola frase acabada"; la frase, la armadura acabada del lenguaje, es la enemiga (basta con recordar la antipatía de Stendhal hacia el autor de las más bellas frases del francés, Chateaubriand). La segunda razón, que aparta preciosamente a Italia del lenguaje, de lo que yo llamaría el lenguaje militante de la cultura, es precisamente su incultura: Italia no lee, no habla, sino que exclama, canta. Ahí reside su genio, su "naturalidad", y es por esa misma razón por lo que es adorable. Esta especie de suspensión deliciosa del lenguaje articulado, civilizado, Stendhal la encuentra en todo lo que Italia hace por él: en "el ocio profundo bajo un cielo admirable (estoy citando a De l’amour…;) la falta de lectura de novelas y casi de toda lectura, que deja más terreno aún a la inspiración del momento; la pasión de la música que excita en el alma un movimiento tan semejante al del amor".
Así pues, una determinada sospecha acerca del lenguaje alcanza esa especie de afasia que nace del exceso de amor: ante Italia y las Mujeres, y la Música, Stendhal se queda literalmente desconcertado, es decir, interrumpido incesantemente en su locución. Esta interrupción de hecho es una intermitencia: Stendhal habla de Italia con una intermitencia casi cotidiana, pero duradera. Lo explica perfectamente él mismo (como siempre): "¿Qué partido se puede tomar? ¿Cómo pintar la dicha enloquecida…? A fe mía, no puedo continuar, el tema sobrepasa al que lo trata. Mi mano ya no puede escribir más, lo dejo para mañana. Soy como un pintor al que ya no le alcanza el valor para pintar una esquina de su cuadro. Para no echar a perder el resto, esboza alla meglio lo que no puede pintar…" Esta pintura de Italia alla meglio que ocupa todos los relatos del viaje italiano de Stendhal es como un garabato, un monigote, quizá, que a la vez nos cuenta del amor y de su impotencia para expresarlos, porque es un amor cuya vivacidad lo sofoca. Esta dialéctica del amor extremo y de la pasión difícil es algo así como la que conoce el niño pequeño –aún infans, privado del lenguaje adulto- cuando juega con lo que Winnicott llama un objeto transicional; el espacio que separa y a la vez une a la madre y a su bebé es el espacio mismo del juego del niño y del contra-juego de la madre; es el espacio todavía informe de la fantasía, de la imaginación, de la creación. Tal es, según mi parecer, la Italia de Stendhal: una especie de objeto transicional cuyo manejo, lúdico, produce esos squiggles notados por Winnicott y que son en este caso diarios de viaje.
Si seguimos con los Diarios, que explican el amor a Italia, pero no lo comunican (al menos ése es el juicio de mi propia lectura), nos quedaríamos reducidos a repetir melancólicamente (o trágicamente) que no se consigue nunca hablar de lo que se ama. No obstante, veinte años más tarde, gracias a una especie de a destiempo que forma parte de la retorcida lógica del amor, Stendhal escribe páginas triunfales sobre Italia, páginas que, esta vez inflaman al lector que soy (pero que no es el único) de ese júbilo, de esa irradiación que el diario íntimo decía pero no comunicaba. Esas admirables páginas son las que forman el comienzo de La Cartuja de Parma. Hay una especie de milagrosa concordancia entre "la masa de felicidad y placer que hizo irrupción" en Milán con la llegada de los franceses y nuestra propia dicha como lectores: el efecto contado coincide al fin con el efecto producido. ¿A qué se debe ese cambio? A que Stendhal, al pasar del Diario a la Novela, del Album al Libro (haciendo uso de una distinción de Mallarmé), ha abandonado la sensación, parcela viva pero inconstruible, para abordar esa gran forma mediadora que es el Relato, o, mejor dicho, el Mito. ¿Qué es lo que se necesita para hacer un Mito? Hace falta la acción de dos fuerzas: primero un héroe, una gran figura liberadora: Bonaparte entrando en Milán, penetrando en Italia como lo hizo Stendhal, más humildemente, al descender del San Bernardo; a continuación, una oposición, una antítesis, un paradigma, en suma, que pone en escena el combate del Bien y del Mal y produce así lo que falta en el Album y pertenece al Libro, a saber, un sentido: por un lado, en esas primeras páginas de La Cartuja, el aburrimiento, la riqueza, la avaricia, Austria, la Policía, Ascanio, Grianta; por el otro lado la embriaguez, el heroísmo, la pobreza, la República, Fabricio, Milán; y, sobre todo, a un lado el Padre, al otro las Mujeres. Al abandonarse al Mito, al confiarse al libro, Stendhal alcanza gloriosamente lo que había en cierto modo fallado en los álbumes: la expresión de un efecto. Este efecto –el efecto italiano- tiene por fin un nombre que no es aquél, tan vulgar, de la belleza: es la fiesta. Italia es una fiesta, esto es lo que comunica al fin el preámbulo milanés de La Cartuja, que Stendhal hizo bien en mantener contra las reticencias de Balzac: la fiesta, es decir, la trascendencia misma del egotismo.
En suma, lo que ha pasado –lo que ha atravesado- entre el Diario de viaje y La Cartuja es la escritura. ¿Y eso qué es? Un poder, probable fruto de una larga iniciación, que descompone la estéril inmovilidad del imaginario amoroso y que da a su aventura una generalidad simbólica. Cuando era joven, en la época de Rome, Naples, Florence, Stendhal podía escribir: "…cuando miento, me pasa como a M. de Goury, que me aburro"; él aún no sabía que existía una mentira, la mentira novelesca, que sería –oh milagro- la desviación de la verdad, y, a la vez, la expresión por fin triunfante de su pasión italiana. 


"El manto del hereje" por Bertolt Brecht / Los últimos días de Giordano Bruno en el calabozo de la Santa Inquisición:


 

En Narrativa completa
Traducción: Juan José del Solar

Giordano Bruno, el hombre de Nola al que las autoridades de la Inquisición romana condenaron, el año 1600, a morir en la hoguera por herejía, es universalmente considerado un gran hombre no sólo por sus audaces —y luego comprobadas— hipótesis sobre los movimientos de los astros, sino también por su valerosa actitud frente a la Inquisición, a la que dijo: «Pronunciáis vuestra sentencia contra mí quizá con más temor del que yo siento al escucharla.» Cuando leemos sus escritos y encima echamos una ojeada a los informes sobre su actuación pública, sentimos que en verdad no nos falta nada para calificarlo de gran hombre. Y, sin embargo, hay una historia que acaso pueda aumentar todavía más nuestro respeto por él.
Es la historia de su manto.
Antes hay que saber cómo cayó en las manos de la Inquisición.
Un patricio veneciano, un tal Mocenigo, invitó al sabio a pasar una temporada en su casa para que lo instruyera en los secretos de la física y la mnemotecnia. Le brindó hospitalidad durante varios meses y obtuvo, a cambio, la instrucción acordada. Pero en vez de las clases de magia negra que él había esperado recibió tan sólo las de física. Quedó muy descontento porque éstas no le servían para nada. Los gastos que le ocasionara su huésped empezaron a pesarle, y repetidas veces lo exhortó seriamente a que le revelara los conocimientos secretos y lucrativos que un hombre tan famoso debía de poseer, sin duda alguna; al no conseguir nada de esta forma, lo denunció por carta a la Inquisición. Escribió que aquel hombre perverso y malagradecido había hablado mal de Cristo en su presencia, diciendo que los monjes eran asnos que estupidizaban al pueblo y afirmando asimismo, en contra de lo que decía la Biblia , que había no sólo uno, sino innumerables soles, etc. etc. Por consiguiente, él, Mocenigo, lo había encerrado en su desván y rogaba que enviasen pronto funcionarios a buscarlo.
Los funcionarios se presentaron un lunes, muy de madrugada, y se llevaron al sabio a las mazmorras de la Inquisición.
Aquello sucedió el lunes 25 de mayo de 1592, a las tres de la mañana, y desde entonces hasta el día en que subió a la hoguera, el 17 de febrero de 1600, el nolano no volvió a abandonar las mazmorras.
Durante los ocho años que duró el terrible proceso, Bruno luchó sin descanso por su vida, pero el combate que libró en Venecia, el primer año, contra su traslado a Roma fue, quizá, el más desesperado.
En aquel período se sitúa la historia del manto.
En el invierno de 1592, cuando aún vivía en un albergue, se había mandado hacer un grueso manto a medida por un sastre llamado Gabriele Zunto. En el momento de su detención aún no había pagado la prenda.
Al enterarse del arresto, el sastre se precipitó a casa del señor Mocenigo en las proximidades de San Samuele para presentar su factura. Era demasiado tarde. Un criado del señor Mocenigo le señaló la puerta. «Ya hemos gastado más que suficiente en ese impostor», gritó tan alto en el umbral que algunos transeúntes volvieron la cabeza. «Mejor diríjase al Tribunal del Santo Oficio y dígales que tiene tratos con ese hereje.»
El sastre se quedó paralizado de temor en plena calle. Un grupo de golfillos lo había oído todo, y uno de ellos, un chiquilín harapiento y cubierto de granos, le lanzó una piedra. Cierto es que una mujer pobremente vestida se asomó por un portal y asestó una bofetada al pillastre, pero Zunto, un hombre viejo, sintió claramente que era peligroso ser alguien que «tuviera tratos con ese hereje». Echó a correr mirando alrededor medrosamente y volvió a su casa dando un largo rodeo. A su mujer nada le contó de su infortunio, y durante una semana ella no supo explicarse las razones de su abatimiento.
Pero el 1 de junio, mientras hacía cuentas, descubrió que un manto no había sido pagado por un cliente cuyo nombre estaba en boca de todo el mundo, pues el nolano era la comidilla de la ciudad. Corrían los rumores más terribles sobre su perversidad. No sólo había echado pestes contra el matrimonio, tanto en libros como en conversaciones, sino que había tratado de charlatán al mismo Cristo y afirmado las cosas más desquiciadas sobre el Sol. No era, pues, nada extraño que no hubiera pagado su manto. Y la buena mujer no tenía la menor intención de resignarse a esa pérdida. Tras una violenta discusión con su marido, la septuagenaria, vestida con sus mejores galas, se dirigió a la sede del Santo Oficio y reclamó, con cara de malas pulgas, los treinta y dos escudos que le debía el hereje allí encarcelado.
El funcionario con el que habló tomó nota de su petición y le prometió ocuparse del asunto.
Zunto no tardó en recibir una citación, y, temblando como un azogado, se presentó en el temido edificio. Para su gran sorpresa, no fue interrogado, sino solamente informado de que su petición sería tenida en cuenta cuando se examinaran los asuntos financieros del detenido. De todas formas, el funcionario le insinuó que no se hiciera muchas ilusiones.
El anciano quedó tan contento de salir bien librado por tan poco, que le agradeció humildemente. Pero su mujer no estaba nada satisfecha. Para compensar esa pérdida no le bastaba con que su marido renunciara a su copa vespertina y siguiera cosiendo hasta muy entrada la noche. Con el pañero habían contraído deudas que no podían eludir. Se puso a chillar en la cocina y en el patio que era una vergüenza encerrar a un delincuente antes de que hubiera pagado sus deudas. Si fuera necesario, añadió, iría a ver al Santo Padre en Roma para recuperar sus treinta y dos escudos. «En la hoguera no necesitará ningún manto», gritó.
Contó a su confesor lo que les había pasado. Este le aconsejó pedir que al menos les devolvieran el manto. Viendo en ello el reconocimiento, por parte de una instancia eclesiástica, de que su reivindicación era legítima, la mujer declaró que no se contentaría con el manto, que sin duda ya habría sido usado y, además, estaba hecho a medida. Le hacía falta el dinero. Y como alzara un poco la voz llevada por su fervor, el sacerdote la echó fuera.
Esto la hizo entrar un poco en razón y la mantuvo tranquila unas semanas. Del edificio de la Inquisición no trascendió nada nuevo sobre el caso del hereje encarcelado. Pero en todas partes se rumoreaba que los interrogatorios iban sacando a luz monstruosas infamias. La vieja oía ávidamente todo aquel chismorreo. La atormentaba oír que el asunto del hereje tuviera todas las de perder. Aquel hombre jamás sería liberado ni podría pagar sus deudas. La mujer dejó de dormir por las noches, y en agosto, cuando el calor acabó de arruinar sus nervios, empezó a ventilar su queja a chorretadas en las tiendas donde compraba y ante los clientes que iban a probarse ropa. Insinuaba que los monjes cometían un pecado al despachar con tanta indiferencia las justas reclamaciones de un pequeño artesano. Los impuestos eran opresivos, y el pan acababa de subir nuevamente.
Una mañana, un funcionario se la llevó a la sede del Santo Oficio, donde la conminaron enérgicamente a poner fin a su malévolo cotilleo. Le preguntaron si no le daba vergüenza comadrear sobre un proceso religioso tan serio por unos cuantos escudos. Le dieron a entender que disponían de toda suerte de medios contra la gente de su calaña. Esto surtió efecto un tiempo, aunque cada vez que pensaba en la frase «por unos cuantos escudos», pronunciada por aquel fraile rechoncho, enrojecía de ira.
Hasta que en septiembre se rumoreó que el Gran Inquisidor de Roma había pedido el traslado del nolano. El asunto se estaba debatiendo en la Signoria.
La ciudadanía discutió acaloradamente esta petición de traslado, y la opinión era, en general, contraria. Los gremios no querían aceptar ningún tribunal romano por encima de ellos.
La vieja estaba fuera de sí. ¿Dejarían ahora que el hereje fuera trasladado a Roma sin haber saldado antes sus deudas? Aquello era el colmo. No bien hubo oído la increíble noticia cuando, sin molestarse siquiera en ponerse un vestido mejor, se precipitó a la sede del Santo Oficio.
Esta vez la recibió un funcionario de mayor rango que, curiosamente, fue mucho más complaciente con ella que los anteriores. Era casi de su misma edad y escuchó sus quejas tranquila y atentamente. Cuando terminó, él le preguntó, tras una breve pausa, si deseaba hablar con Bruno.
En seguida dijo que sí. Y fijaron una entrevista para el día siguiente.
Aquella mañana, un hombrecillo enjuto, con una oscura barba rala, la abordó en un cuartucho minúsculo con ventanas enrejadas y le preguntó cortésmente qué deseaba.
Ella lo había visto cuando él fue a probarse el manto y recordaba bien su cara, pero esta vez no lo reconoció de inmediato. La tensión de los interrogatorios debía de haberle provocado un cambio.
La mujer dijo precipitadamente:
—El manto. No llegó a pagarlo.
El la miró asombrado unos segundos. Cuando por fin se acordó, le preguntó en voz baja:
—¿Cuánto le debo?
—Treinta y dos escudos —dijo ella—. Le enviamos la cuenta.
El se volvió hacia el funcionario alto y grueso que vigilaba la entrevista y le preguntó si sabía cuánto dinero se había depositado en la sede del Santo Oficio junto con sus demás pertenencias. El hombre lo ignoraba, pero prometió averiguarlo.
—¿Cómo está su esposo? —preguntó el prisionero volviéndose otra vez hacia la vieja, como si el asunto estuviera prácticamente zanjado, se hubieran establecido relaciones normales y aquello fuera una visita habitual.
Y la mujer, desconcertada por la amabilidad del hombrecillo, murmuró que estaba bien y hasta añadió algo sobre su reuma.
Sólo al cabo de dos días regresó a la sede del Santo Oficio, pues juzgó de buen tono darle tiempo al caballero para que efectuase sus pesquisas.
Y volvió a obtener permiso para hablar con él. Tuvo que esperar más de una hora en el cuartucho de las ventanas enrejadas, pues estaban interrogando al prisionero.
Por fin apareció éste con aire muy agotado. Como no había sillas, se apoyó ligeramente contra la pared. Pero fue en seguida al grano.
Con voz muy débil le dijo que, por desgracia, no estaba en condiciones de pagarle el manto. Entre sus pertenencias no había encontrado dinero en efectivo. Pero tampoco se trataba de perder las esperanzas, añadió. Le había dado vueltas al asunto y creía recordar que un hombre que había editado libros suyos en la ciudad de Frankfurt aún le debía dinero. Le escribiría, si allí se lo permitían. Al día siguiente solicitaría el permiso. Durante el interrogatorio de aquel día había tenido la impresión de que el ambiente no era particularmente favorable, por lo que había preferido no preguntar para no echarlo todo a perder.
La vieja lo escrutaba con sus penetrantes ojos mientras él iba hablando. Conocía los subterfugios y vanas promesas de los deudores morosos. Sus obligaciones les importaban un rábano, y cuando se veían acorralado, fingían estar moviendo cielo y tierra.
—¿Para qué necesitaba entonces un manto si no tenía dinero con qué pagarlo? —preguntó con dureza.
El prisionero hizo un gesto con la cabeza para demostrarle que seguía su razonamiento. Y respondió:
—Siempre he ganado dinero con mis libros y mis clases. Por eso pensé que también ahora ganaría algo. Y creí necesitar el manto porque pensaba que aún seguiría rodando por el mundo.
Dijo esto sin la menor amargura, como si sólo hubiera querido no dejar a la anciana sin respuesta.
La vieja volvió a examinarlo de pies a cabeza, furibunda, pero a la vez con la sensación de que no llegaría a comprenderlo, y, sin añadir una sola palabra, dio media vuelta y salió precipitadamente del cuartucho.
—¿Quién se atrevería a enviar dinero a un hombre procesado por la Inquisición? —le espetó indignada a su marido aquella misma noche, en la cama. A él ya no le inquietaba la postura de las autoridades eclesiásticas sobre su persona, pero seguía desaprobando los infatigables intentos de su mujer por conseguir el dinero.
—Ahora tiene cosas más importantes en qué pensar —rezongó.
Ella no dijo nada.
Los meses siguientes transcurrieron sin que aconteciera nada nuevo en relación con el penoso asunto. A principios de enero se rumoreó que la Signoria estaba estudiando la posibilidad de acceder al deseo del Papa y entregar al hereje. Y los Zunto recibieron una nueva citación en la sede del Santo Oficio.
No se especificaba ninguna hora concreta, y la señora Zunto se apersonó una tarde. Llegó en un mal momento. El prisionero esperaba la visita del procurador de la República, de quien la Signoria había solicitado un dictamen sobre el asunto del traslado. La señora fue recibida por el funcionario de alto rango que tiempo atrás le consiguiera la primera entrevista con el nolano; el viejo le dijo que el prisionero había manifestado su deseo de hablar con ella, pero la invitó a que considerara si aquél era el momento adecuado, ya que el prisionero estaba pendiente de una entrevista sumamente importante para él.
Ella dijo que lo mejor sería preguntárselo.
Un funcionario salió y volvió al poco rato con el nolano. La entrevista tuvo lugar en presencia del funcionario de alto rango. Antes de que el prisionero, que sonrió a la señora desde el umbral, pudiera decir algo, la anciana le espetó:
—¿Por qué se comporta usted así si quiere seguir rodando por el mundo?
El hombrecillo pareció desconcertarse unos instantes. Había respondido a muchísimas preguntas aquellos tres meses y casi no recordaba el final de la última entrevista que tuviera con la mujer del sastre.
—No me ha llegado el dinero —dijo por último—; he escrito dos veces pidiéndolo, pero no me ha llegado. He estado pensando que tal vez os interesaría recuperar el manto.
—Ya sabía yo que llegaríamos a esto —replicó ella en tono despectivo—. Está hecho a medida y es demasiado pequeño para la gran mayoría.
El nolano miró a la anciana con aire atormentado.
—No había pensado en esto —dijo volviéndose hacia el monje—. ¿No se podrían vender todas mis pertenencias y darle el dinero a esta gente?
—Me temo que no será posible —terció el funcionario que lo había acompañado, el alto y grueso—. El señor Mocenigo las reclama. Usted ha vivido largo tiempo a costa suya.
—Fue él quien me invitó —replicó el nolano con voz cansina.
El anciano levantó la mano.
—Eso aquí no viene a cuento. Pienso que hay que devolver el manto.
—¿Y qué haremos nosotros con él? —dijo la vieja obstinadamente.
El anciano se ruborizó ligeramente. Luego dijo con voz pausada:
—Querida señora, no le vendría mal un poco de caridad cristiana. El acusado está pendiente de una entrevista que puede ser de vida o muerte para él. No puede usted pedir que se interese únicamente por su manto.
La vieja lo miró insegura. De pronto recordó dónde estaba y se preguntó si no haría mejor en irse, cuando oyó que, a sus espaldas, el prisionero decía en voz baja:
—En mi opinión tiene derecho a protestar.
Y cuando la vieja se volvió hacia él, añadió.
—Le ruego que disculpe todo esto. No vaya a pensar que su pérdida me resulta indiferente. Elevaré una instancia al respecto.
El funcionario alto y grueso había abandonado el cuarto a una señal del anciano. En aquel momento regresó y, abriendo los brazos, dijo:
—El manto no nos ha sido entregado. Mocenigo se habrá quedado con él.
El nolano se asustó visiblemente. Luego dijo con firmeza:
—No es justo. Me querellaré contra él.
El anciano movió la cabeza.
—Mejor preocúpese de la conversación que habrá de mantener dentro de unos minutos. No puedo permitir que aquí se siga discutiendo por unos cuantos escudos.
A la vieja se le subió la sangre a la cabeza. Había guardado silencio mientras hablaba el nolano, mirando, enfurruñada, uno de los rincones de la habitación. Pero en ese momento se le agotó la paciencia:
—¡Unos cuantos escudos! —exclamó—. ¡Es la ganancia de todo un mes! Para usted es muy fácil practicar la caridad. ¡No pierde nada!
En aquel instante se acercó a la puerta un monje muy alto.
—Ha llegado el procurador —dijo a media voz, mirando con sorpresa a la vieja chillona.
El funcionario alto y grueso cogió al nolano por la manga y lo condujo fuera. El prisionero se volvió a mirar a la mujer hasta que cruzó el umbral. Su enjuto rostro estaba muy pálido.
La vieja bajó las escaleras de piedra del edificio un tanto conturbada. No sabía qué pensar. Después de todo, el hombre había hecho cuanto estaba a su alcance.
No quiso entrar en el taller cuando, una semana más tarde, el funcionario alto y grueso les trajo el manto. Pero pegó la oreja a la puerta y le oyó decir:
—Lo cierto es que pasó estos últimos días muy preocupado por el manto. Presentó una instancia dos veces, entre interrogatorios y entrevistas con las autoridades de la ciudad, y varias veces solicitó audiencia con el nuncio para tratar del asunto. Al final logró imponerse. Mocenigo tuvo que devolver el manto que, dicho sea de paso, ahora le hubiera venido de maravilla, pues ha sido entregado y esta misma semana lo trasladarán a Roma. Era cierto. Estaban a finales de enero.

“Jesucristo es un personaje de ficción, como Superman o Indiana Jones”

Iñaki Berazaluce


Jesucristo nunca existió, ni tampoco los apóstoles. Los cristianos jamás fueron perseguidos y martirizados por los romanos, principalmente porque no hubo un solo cristiano sobre la faz de la Tierra hasta el siglo IV, cuando el emperador Constantino crea desde cero una religión monoteísta sobre la que cimentar su ambición. La ambiciosa y delirante idea parte de Lactancio, un maestro de retórica convencido de que la supervivencia del Imperio dependía de la sumisión de los romanos a un dios único.
No se trata del argumento de una novela –aunque esté novelada- sino de la conclusión del escritor Fernando Conde Torrens tras 23 años de minucioso estudio de los llamados “textos sagrados” y que expone en su controvertido libro ‘Año 303: inventan el cristianismo’ (Alfa Andrómeda). La tesis de la inexistencia histórica de Jesús no es nueva –ha sido defendida antes por Robert Price o Llogari Pujol– pero Conde ha llegado por un camino inédito: comparando los textos originales en griego, idioma que tuvo que aprender para llevar a cabo la investigación, y detectando que “no hubo cuatro evangelistas sino dos autores: Lactancio y Eusebio de Cesárea”, que escribieron la falsificación entre los años 303 y 320 de nuestra era.
De estar en lo cierto la hipótesis de Fernando Conde estaríamos sin duda ante el mayor fake de todos los tiempos. Fernando atendió la llamada de Strambotic desde su hogar en la muy católica Navarra.
-Ayer nos despertamos con la noticia de que Defensa había ordenado a los cuarteles poner la bandera a media asta por la muerte de Jesucristo. Esto está sucediendo en 2017.
-La sociedad sigue estando muy condicionada por la religión católica: el 100%, incluso los que se denominan ateos o agnósticos, entre otras cosas porque sus hijos se educan donde se educan y con las consecuencias fatales de este fraude. Yo le llamo el viejo paradigma, un paradigma que habrá que superar.
-Los llamados “miticistas”, como Robert Price, comparan a Jesucristo con Superman. Celebrar el nacimiento de Jesucristo sería el equivalente de celebrar el de Superman.
-O el de Batman, o el de Indiana Jones, claro. En literatura no cuesta nada inventar. El papiro lo aguanta todo.
 -¿Por qué no se ha desmantelado esta enorme falsificación en 1.700 años?
-Porque las altas esferas, y ahí incluyo al gobierno actual, forman un bloque que está ligado a la jerarquía eclesiástica y, claro, lo que la jerarquía intenta por todos los medios es actualizar esta falsificación y hacer creer que sigue estando vigente.
-Llevada a sus últimas consecuencias, un libro como el suyo, que demuestra la falsedad del cristianismo, debería implicar el desmantelamiento de toda la gigantesca estructura creada en torno a la figura de Cristo.
-Efectivamente, si la sociedad asume que Jesucristo no existió, ni ningún apóstol, ni hubo mártires se producirá eso que tú dices, pero eso es sólo el paso previo. Lo importante es que recuperemos la doctrina auténtica que existía antes de que aquellos tres sinvergüenzas –Lactancio, Constantino y Teodosio– la sepultaran con el cristianismo. No basta con eliminar algo negativo: tenemos que recuperar lo positivo que se nos robó.
-¿A qué se refiere?
-Al helenismo que había en Grecia antes de Constantino. El gran crimen del cristianismo no es que nos haga adorar a un ser que no existió y dé una visión de la divinidad falsa, deformada y casi indecente. Los mejores hombres de la Humanidad hasta entonces, que habían nacido en ese paraíso para el pensamiento libre que fue Grecia habían encontrado el motivo de la existencia, la razón de ser, la forma de evolucionar y de crecer, y lo exponían en escuelas de sabiduría, de las que en Atenas había tres, además de en Alejandría o Nicópolis.
Esa doctrina -que resiste la crítica del hombre del siglo XXI, porque la Verdad con mayúsculas no puede ser rebatida- fue sepultada por los cristianos: cerraron las escuelas, quemaron los libros y nos dejaron ignorantes. A cambio, nos dieron una doctrina majadera y en eso estamos, 52 generaciones después: carentes de herramientas para la vida.
Espero que Occidente sea capaz de decir no sólo “esto es falso” sino también “esto es auténtico” y recupere lo que perdió con Constantino y compañía.
-La victoria del Dogma sobre la Razón…
-… Y de la victoria del fanatismo y la intolerancia sobre la ciencia, la inteligencia y la Evolución, que era lo que pretendía Sócrates, y otros antes que él, empezando con Pitágoras en el 500 a.C. Entre esa fecha y el 300 d.C. ese pensamiento fue progresando y llegó incluso a impregnar a los emperadores filósofos, los Antoninos, lo que sería el equivalente a que un hombre sabio estuviera hoy en la Casa Blanca.
-¿Era realmente necesario inventar una religión que unificara el Imperio romano para evitar su desmembramiento?
-En absoluto. Hay que darse cuenta que, durante 1.700 años, nos han vendido una imagen de la Historia que es la que convenía a la falsificación, y por ello se ha ensalzado por las nubes a Constantino. Fue su antecesor, Diocleciano, el que verdaderamente solucionó el problema que tenía el Imperio romano de inestabilidad.
-¿Por qué entonces ese afán por conseguir un Dios único para los romanos?
-La continuidad ya estaba conseguida, pero de ninguna manera era necesaria una unión porque Roma había sido tolerante con todos los dioses de los países conquistados, y ahí está el Panteón para demostrarlo. Lo que pasa es que a Lactancio se le metió en la cabeza que el Dios único estaba enfadado con los romanos por permitir la adoración de “dioses falsos”, según él. Este supuesto enfado iba a desencadenar el fin del mundo y, para evitarlo, había que poner en marcha una religión en honor al Dios único e implantarla en todo el Imperio. Eso fue lo que intentó vender a Diocleciano, que no le hizo ni caso, y le acabó vendiendo a Constantino.
-Más que un ingenuo que se deja embaucar por Lactancio, Constantino parece un pragmático, que ve en esa religión la manera de conseguir el poder absoluto.
-Efectivamente, es un pragmático. Él iba a lo suyo y pasaba por encima de todo, incluso de su palabra. El cristianismo no hacía ninguna falta, más bien al contrario. Posiblemente, el cristianismo ayudó a debilitar el imperio romano, en tanto dividió a la población en dos, generando pequeñas guerras civiles locales en algunos lugares de oriente: los nicenos, que no eran tolerantes, contra los no nicenos.
-¿Quiénes son los nicenos?
-Los seguidores de Lactancio, los partidarios de que Jesús era hijo de Dios. Los arrianos, seguidores de Eusebio, consideraban que Jesucristo era un maestro de sabiduría más. Desgraciadamente, estos últimos perdieron la batalla final y fueron borrados de la Historia.
Los nicenos practicaban la intolerancia más obtusa, así que su victoria derivó en que el cristianismo resultante fuera intolerante: quemar los bosques sagrados, derribar los templos y matar a quien no fuese cristiano niceno.

-Algo parecido a lo que hace hoy el Estado Islámico.
-Esto deriva de la mentalidad medieval. Si una etnia tiene mentalidad medieva, sucede. La convicción de estar en posesión de la verdad es una exteriorización del fanatismo que tenía Lactancio y que impregnó todo cristianismo.
Los reyes no deben estar a meterse con lo que sucede en la cabeza de sus súbditos.
-Crear una religión desde cero parece muy ambicioso.
-Y lo es, lo que pasa es que en aquel entonces se podía hacer. El cristianismo es la única religión monoteísta que se ha inventado desde cero, porque los judíos tenían unos textos primitivos que recuperaron cuando estaban en cautividad en Babilonia, porque su continuidad como pueblo peligraba. El Islam no digamos; ahí no hay nada que inventar: pusieron la doctrina que les pareció más conveniente. Pero el cristianismo es la única religión que, con una caradura impresionante, se ha inventado toda la película.
-Pero con la habilidad para basarse en el judaísmo, porque ya tenían los cimientos del Antiguo Testamento.
-En Roma estaban muy mal vistas las nuevas religiones. Lactancio, que sabía eso, lo que hizo fue recurrir a la única religión monoteísta que tenía a mano, que era el judaísmo y que le permitía remontarse hasta los tiempos de la fundación de Roma, incluso más. Robó el Antiguo Testamento a los judíos y creó el Nuevo Testamento. Eso implicaba hacer judío al hijo de Dios. Lo que hizo fue coger pasajes de la Torah judía y transformarlos para “anunciar” su llegada. Naranjas de la China: no había ninguna profecía que afectara a Jesucristo. Fueron todo construcciones literarias.
Mapa del Imperio romano según la división de Diocleciano.
-¿Los judíos denunciaron esta apropiación?
-Cuando en el año 300 se inventa el cristianismo, los judíos están desperdigados por todo el mundo (desde la Diáspora del 130) y no pueden racionalizar ni enterarse de lo que está pasando en Roma. Como todos los romanos, caen en el engaño de que Jesucristo existió y que todo fue histórico, e incluso incorporan en sus escritos tardíos –del año 500- a un predicador judío que puede ser Jesucristo.
-Los documentos escritos que nos legó la Historia, mejor cogerlos con pinzas…
-Así es: la falsificación es totalmente generalizada. Las interpolaciones, que son añadidos espurios, era una práctica habitual. Por eso precisamente se utilizaban los acrósticos ocultos, para tener la seguridad que ese mensaje provenía de esa persona correcta. También las estructuras: había mucho cuidado de que los escritos importantes, por ejemplo entre soberanos, tuvieron garantías de no haber sido falsificados. También se escribían libros con fechas anterior a la real, lo que da pábulo a falsas profecías.
-Por tanto, entre el año 0 y el 303 no existió ninguna persecución a los cristianos.
-Es que no había cristianos. Hay un indicio de esto: en los libros de Lactancio y Eusebio eran ángeles de Dios: se dejaban matar y aceptaban el martirio, pero cuando los cristianos de verdad tomaron el poder con Teodosio eran ellos los que quemaban templos paganos y destruían estatuas.
-Leyendo el libro da la sensación de que Eusebio, uno de los falsificadores, está enviando un mensaje en clave al futuro. Y que el receptor de ese mensaje eres tú. ¿Nadie había estudiado hasta entonces estos anagramas con la firma “SIMÓN” que Eusebio introduce en las versiones griegas de los evangelios?
-Esto es completamente desconocido. Hay otros investigadores independientes que defienden que Jesucristo nunca existió, pero han llegado a esa conclusión por otro camino. Los ortodoxos les llaman “miticistas” porque su proceso es comparar los mitos fundacionales de Hércules o de Mitra con la historia que sabemos de Jesucristo. Otros investigadores han actuado por comparación de textos, como el doctor Llogari Pujol, que ha comprobado que en los textos egipcios sagrados se encuentran el 70 u 80% de los Evangelios.
Lo que yo he hecho es entrar en el proceso de redacción de los textos cristianos, y para ello he aprendido griego: para leer el Nuevo Testamento en su lengua original y gracias a ello he podido encontrar pruebas documentales. Una prueba son los acrósticos: Eusebio se estaba riendo de lo que decía el majadero de Lactancio y puso “fábula, patraña, tontería”, que es lo que quiere decir “Simón”, que no es un nombre propio sino “bulo”.
-¿Esto es falsable?
-Sí, claro. La prueba está en el texto griego. Cualquiera que coja un Nuevo Testamento interlineal –castellano y griego- puede inferir lo que yo afirmo. Yo me he servido del Sinaiticus y del Alejandrinus, el primero es dominio público y el otro conseguí una versión en CD-ROM. Lo que no conseguí fue el Vaticanus, que aparentemente es inaccesible, pero con dos es suficiente para inferir el texto primario.
-¿Y estas biblias contienen los textos originales de Lactancio y Eusebio, las falsificaciones del Nuevo Testamento?
-Absolutamente negativo. El texto que escribieron Lactancio o Eusebio es lo que yo llamo “texto primario”. Cuando se descubrió que existían acrósticos de “Simón” se ordenó que se destruyeran todas las copias en los conventos, cenobios e iglesias. Entonces, en la época de Teodosio, surgieron los textos secundarios: el Sinaiticus y el Alejandrinus, el Vaticanus y otros en papiro que pueden existir. Los primarios se queman y sólo quedan los secundarios. Lo que pasa es que con dos textos secundarios se puede reconstruir el primario, tal y como explico en el libro.
-¿Cómo han reaccionado los académicos a su libro?
-De varias maneras: hay quien me ha rebatido detalles metodológicos, hay quien ha reconocido que no puede arriesgar su posición académica por debatir conmigo y finalmente hay quienes han decidido que mi libro “es una tontería y que no merece la pena ni leerlo”.
-¿Te consideras un hereje, académicamente hablando?
-Si esto lo hubiera escrito hace 200 años, la Inquisición ya estaría encima. Por suerte, hemos logrado nuestro derecho a expresarnos. Lo que sé que tengo perdida es la batalla con el consensum editorum: los así llamados “entendidos” son partidarios e la falsificación y llevan negando cualquier teoría disidente desde hace 150 años, desde Tubinga.
‘Año 303: inventan el cristianismo’ (Alfa Andrómeda). Más información sobre Fernando Conde en Sofia Originals.